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L’amore che uccide


Scritto da Roberta Magliocca

15 Aprile 2015

Antonella, 21 anni. Fabiola, 45 anni. Stefania, 39 anni. Daniela, 8 anni. Sono solo alcune delle 121 donne uccise solo nel 2012. Un numero impressionante, soprattutto se si pensa che sono donne uccise da uomini che non solo le conoscevano, ma che un giorno le avevano giurato amore. Sono padri, mariti, fidanzati, amanti. Tutti protagonisti di un sentimento malato che non riesce ad accettare la parola “fine”.

Ricordo bene quando avevo 12-13 anni, le prime uscite con le amiche e le raccomandazioni dei miei genitori. “Non dare confidenza agli sconosciuti”. Mai avrebbero pensato che di lì a qualche anno avrebbero dovuto mettermi in guardia da chi conosco bene, da chi mi ama, da chi condivide con me la vita. Perché è questo che sono costretti a fare i genitori di oggi. Gli sconosciuti nel XXI secolo non fanno paura quanto chi vive con noi il nostro quotidiano.

E consigli come “La sera le donne non dovrebbero uscire da sole di casa”, si possono accettare da un padre, uno zio, un fidanzato, non da un pubblico ministero. Ma proprio queste sono state le parole del pm di Bergamo, Dettori. Parole che hanno causato una furiosa polemica da parte del mondo femminile che non vuole dipendere dagli altri. Lui ha replicato: “Era solo un’amara constatazione”. D’accordo, crediamo assolutamente alla sua buona fede, ma fa, comunque, tanta rabbia, perché il dott. Dettori rappresenta le istituzioni e le istituzioni dovrebbero provvedere alla nostra sicurezza e non professare “amare constatazioni” che mettono le donne agli arresti domiciliari e non metterci chi, le donne, le molesta.

Ma, insieme alla rabbia, c’è la paura. La paura che ci frena anche di fronte alla nostra stessa ombra, la paura che ci fa dubitare sul diritto di denunciare uno schiaffo. Perché, dopo una denuncia finita nel cassetto di qualche questura, quello schiaffo potrebbe diventare (e troppo spesso lo diventa) coltellata, colpo di pistola, strangolamento.

Cosa scatta nella mente di chi amiamo per portarlo a questo folle gesto? Non si è ancora ben capito. Follia, dicono. Perdita di lucidità, forse. Amore malato, sicuramente. Non so. Resta il fatto che se quella donna che tanto amano, non può essere loro, allora, non sarà di nessun altro. E con lei, anche il mondo che le appartiene deve finire. Ed ecco che muoiono suocere, cognate, nuovi compagni, addirittura gli stessi propri figli. Si può, allora, ancora parlare di AMORE? L’amore non dovrebbe essere un augurarsi la felicità dell’altra persona, anche se questo significa vederla lontana da noi? Non sarebbe più giusto chiamarla OSSESSIONE? Ma soprattutto, cosa scatta nella mente di un prete che arriva ad affermare che le donne forse, quel destino amaro e crudele, un po’ se lo vanno a cercare? Se il suddetto sacerdote invita noi donne a fare autocritica, lo stesso invito noi rivolgiamo a lui. Lungi da me farne un discorso di religione. La violenza sulle donne è un discorso a-religioso e a-politico. Si dovrebbe parlare, piuttosto, di umanità. E una donna uccisa ogni due giorni è una statistica disumana.

Quella che soffoca l’Italia in questo periodo non è soltanto crisi economica. Ma morale. Etica. Educativa. Ma soprattutto carenza di giustizia e protezione. Gridiamo al diritto di essere libere, di essere padrone assolute della nostra vita. Libere di amare e di lasciare. Libere. Questa libertà, per noi, non c’è. Siamo tornati al Medioevo? No, non credo. Forse età più scura di questa le donne non l’hanno mai vissuta.

E ricordo ancora quando mio nonno diceva: “Le donne non si toccano nemmeno con un fiore”. Ora, gli unici fiori sono quelli che troneggiano sulle lapidi di donne che per amore hanno dato tutto. Anche la vita.